Rassegna stampa su Giovanni Rissone


da La Repubblica del 16-02-2001

Torino, caso eccezionale. Il cuore del paziente torna a battere dopo settantadue minuti di rianimazione

Morto da un'ora, resuscita

Nessun danno al cervello, è la prima volta al mondo

Clicca per scaricare l'articolo originale (formato pdf) Nessun danno al cervello, è la prima volta al mondo TORINO - "Sono nato una seconda volta". Il cuore di Sergio Ricci, 47 anni, dipendente al Monopoli di Stato, si è fermato per un'ora e 12 minuti. "Sono morto per 72 minuti" dice, le occhiaie scure, la voce rotta dall'emozione. Da poche ore è stato dimesso dall'ospedale, ora si trova a Villa Serena, una casa di cura specializzata in riabilitazione che si trova a Piossasco, 40 chilometri a nord di Torino. "Sono resuscitato. È stato un miracolo. Anzi no: sono stati i medici che non mi hanno voluto abbandonare e mi hanno restituito alla vita".
Sergio Ricci sa di essere un uomo "risorto": pochissimi al mondo sono sopravvissuti ad un arresto cardiaco così lungo, e lui è forse l'unico a non aver subito il minimo danno cerebrale. Al pronto soccorso dell'ospedale "Torino nord emergenza" intitolato al santo torinese dei giovani, Giovanni Bosco, il dipendente dei Monopoli di Stato e arrivato il 23 gennaio, alle 9,16, a bordo di un'ambulanza che lo aveva raccolto sul posto di lavoro, colpito da un lieve infarto. Dopo 40 minuti, tuttavia, le sue condizioni si erano aggravate: l'infarto si era esteso, il cuore fermato. Se si fosse trovato a casa, per strada o sul lavoro, sarebbe stato spacciato. Al pronto soccorso, invece, Sergio Ricci è stato subito circondato da numerosi specialisti, coordinati dal responsabile della medicina d'urgenza Antonio Sechi. Massaggio cardiaco, respirazione artificiale, farmaci: la rianimazione è stata tempestiva. Il paziente, tuttavia, non ha dato segni di ripresa. Sono stati attimi tremendi per i medici, assaliti da dubbi laceranti.
Per quanto tempo - si sono detti i sanitari - proseguire le pratiche rianimatorie? Come fare a decidere quando interromperle e abbandonare il malato al suo destino? "Una normativa precisa non c'è - ha spiegato Enrico Visetti, primario di anestesia - e prassi, comunque, fermarsi dopo mezz'ora. Se si prosegue, si rischia di salvare un uomo condannato ad una vita vegetale o, nella migliore delle ipotesi, gravemente cerebroleso". Qual è stato, dunque, il confine oltre il quale l'intervento medico, al san Giovanni Bosco, rischiava di trasformarsi in accanimento terapeutico "Dipende dalle situazioni - risponde ancora Visetti - di fronte a quell'uomo, ancora giovane e in condizioni di salute generali buone, chiunque avrebbe proseguito oltre la mezz'ora. Noi non abbiamo voluto arrenderci neppure dopo un'ora. Abbiamo pensato che la fuori lo aspettavano la moglie e due figli. Quando, dopo 72 minuti, il polso ha ripreso a battere, siamo stati colti dall'angoscia. E se il suo cervello, ci siamo chiesti, nel frattempo fosse morto? Abbiamo subito sottoposto il paziente ad un elettroencefalogramma. Era vivo, il cervello funzionava, ci ha confermato il neurologo. Solo a quel punto abbiamo esultato". Ed è stato in quel momento che Sergio Ricci è rinato.
Alberto Custodero

La promessa dell' uomo del miracolo: non fumerò più

"È come essere nati di nuovo ora inizia la mia seconda vita"

PIOSSASCO - "Sono nato l'otto dicembre, il giorno dell'Immacolata. Non è un caso che io sia ancora vivo: la madonna non mi ha abbandonato". Sergio Ricci, dalla stanza 313 di Villa Serena, la clinica del Torinese nella quale trascorrerà 15 giorni per la riabilitazione, si racconta interrotto, ogni tanto, da un colpo di tosse.
Cosa ricorda di quello che le e successo?
"Stavo lavorando ai Monopoli, distribuivo il sale ai tabaccai, quando mi sono sentito svenire. Ho chiesto a un collega di accompagnarmi in ospedale. Ricordo il momento in cui sono entrato al pronto soccorso. Poi il buio. Quando mi sono svegliato, ho visto mia moglie al mio capezzale e le ho chiesto: dove sei stata?. E lei: ma dove sei stato tu. A quel punto ho capito quello che avevo passato e ho pianto per due giorni".
Si considera fortunato, miracolato o cos'altro?
"Mi sembra di essere nato una seconda volta, e ora mi preparo a vivere la seconda vita".
Ha visto la morte in faccia: come cambierà ora la sua vita? "Ho imparato molto presto che la vita e dura: a 12 anni lavoravo già come garzone in panetteria. Poi sono stato vent'anni ai Monopoli. Questa vicenda, però, mi ha segnato profondamente. Vedrò tutto sotto un aspetto diverso, cambierà molto in me. Non vedo l'ora di tornare a casa e di andare qualche giorno in vacanza, al mare. Di sicuro manterrò la promessa che ho fatto a Vito Paolillo, il cardiologo che mi ha salvato".
E cosa gli ha promesso?
"Che avrei smesso di fumare. Maledette sigarette, per anni sono state un vizio, due pacchetti al giorno. Ho provato a smettere molte volte, senza riuscirci".
Cosa sa di quello che le hanno fatto i medici per strapparla morte?
"Quando il cuore è ripartito e dopo essersi accertati che la mia testa funzionava ancora, mi hanno trasferito in cardiologia. Dalla femorale mi hanno infilato il contropulsatore, una sorta di cuore artificiale, da una vena della spalla sono entrati con un tubicino nella coronaria chiusa e l'hanno riaperta. Quindi mi hanno portato in rianimazione. Un lavoro di équipe eccezionale".
E dopo otto giorni di coma, si è risvegliato. L'otto, per lei, è un numero che ricorre, dal significato particolare.
"Non sono superstizioso, ma sento che qualcuno mi ha protetto. O forse, più semplicemente, non era la mia ora".
Al di la dei medici, chi l'ha aiutata di più? "Mia moglie: è sempre stata qui, accanto a me, a tirarmi su il morale. Io ero sdraiato sul letto con tubi, aghi, flebo, fili, monitor, sonde e cateteri in tutto il corpo. E lei mi guardava come se fossi in croce e mi faceva sorridere. Mi ha trasmesso una forza enorme".
Il suo caso ora sarà pubblicato sulle riviste mediche di tutto il mondo e servirà a dimostrare che la rianimazione non sempre deve fermarsi dopo mezz'ora. La sua vicenda servirà forse a salvare molte vite umane che prima erano abbandonate al proprio destino. Cosa ne pensa?
"Credo che in sanità ci siano ancora molte frontiere da esplorare se è vero che i medici che hanno salvato la vita a me, ora hanno qualcosa da insegnare a tutto il mondo".

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