Rassegna stampa su Giovanni Rissone


da Il Giorno del 13-02-2001

Medicina da fantascienza. Eccezionale intervento a Torino su una donna con un aneurisma al cervello

La ibernano per salvarle la vita

Per 45 minuti è stata tenuta a una temperatura corporea di 18 gradi: una "morte artificiale" che ha consentito ai chirurghi di ricostruire il vaso sanguigno

Clicca per scaricare l'articolo originale (formato pdf) TORINO - Cuore fermo, encefalogramma piatto. La morte ce la immaginiamo così. E anche il suo inizio legale è stabilito da quelle due condizioni, che invece per una donna torinese di 52 anni sono state l'inizio di una nuova vita. Quella signora è morta davvero: per 45 minuti è andata in caduta libera nell'altro mondo, fredda come un cadavere, con la scatola cranica e il torace aperti. Ma è tornata.
Una probabilità su 5
C'erano 20 probabilità su cento che ce la facesse, solo passando attraverso quella frontiera. Altrimenti nemmeno una. La donna era condannata da un aneurisma cerebrale di dimensioni gigantesche, un palloncino di 3 centimetri di diametro nascosto dietro la parete orbitale, inoperabile.
Da un mese la tenevano in vita grazie al coma farmacologico, se si può chiamare vita. E per salvarla hanno dovuto farla "morire". Provocare una morte artificiale era l'unico modo per togliere tutto il sangue senza che il cervello ne risentisse. Ha funzionato.
Dopo una degenza di 25 giorni, il dottor Enrico Visetti, primario di anestesia e rianimazione al San Giovanni Bosco di Torino, ha finalmente sciolto la prognosi. "La paziente risponde alle nostre stimolazioni - dice il collega Riccardo Boccaletti, neurochirurgo vascolare - ci vorranno mesi di fisioterapia, ma potrà tornare a un'esistenza normale".
Normalità abbandonata da molto tempo, la rottura parziale dell'aneurisma aveva provocato numerose emorragie cerebrali, costretto la donna alla ventilazione forzata. Si doveva giocare l'ultima carta, infrangere l'ultimo tabù. L'équipe di neurochirurgia del San Giovanni Bosco di Torino, in tandem con una squadra di cardiochirurghi, ha tentato l'impossibile senza nascondere ai familiari i rischi dell'impresa di chiudere e ricostruire il vaso cerebrale eliminando il sangue dall'arca di cervello interessata.
La prima parte del complesso intervento cominciato alle 8 del mattino e terminato alle 22 prevedeva l'apertura della scatola cranica, l'isolamento della carotide nel collo e l'isolamento dell'aneurisma. Tre ore dopo i cardiochirurghi hanno aperto il torace e portato la paziente in circolazione extracorporea collegandola alla macchina cuore polmone.
A quel punto si presentava lo scoglio più impegnativo: aprire l'aneurisma e rimodellare il vaso malformato in assenza di flusso ematico. E qui entra in gioco la mini-ibernazione.
Maratona di 14 ore
L'intero organismo è stato portato a una temperatura di 18 gradi, un "congelamento" che offre diversi vantaggi: innanzitutto consente di operare in carotide quasi in assenza di sangue. Poi permette al cervello che in condizioni normali senza sangue resiste pochi secondi - di sopportare l'arresto cardiaco per un massimo di 60 minuti. Alle 14 è cominciata la fase più drammatica: i medici hanno fermato il cuore e interrotto anche la circolazione extracorporea.
Se fosse andata male quello sarebbe stato l'orario legale della morte. I neurochirurghi hanno inciso l'aneurisma e applicare clips di titanio per rimodellare il vaso malformato. L'operazione cruciale è stata completata in tre quarti d'ora, con 15 minuti di anticipo sul margine di sicurezza. Quindi la signora è stata riscaldata, il suo cuore ha ripreso a battere spontaneamente.
Cosa voglia dire tornare da un viaggio che è sempre di sola andata, non bisogna chiederlo ai medici.
Viviana Ponchia

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