Rassegna stampa su Giovanni Rissone


da La Repubblica del 13-10-2000

Regione polemica col ministro Veronesi che vorrebbe chiudere la metà delle strutture

Il San Giovanni Bosco supera l'esame a pieni voti

Clicca per scaricare l'articolo originale (formato pdf) La struttura torinese è al quarto posto nella graduatoria stilata dal Tribunale dei diritti del malato

"Gli ospedali piemontesi non sono da chiudere, al massimo qualcuno è da riconvertire", ci tiene subito a precisare l'assessore alla sanità Antonio D'Ambrosio. Il fatto è questa: il ministro Umberto Veronesi, ancora ieri, ha avuto parole durissime per la sanità italiana e ha chiamato in causa direttamente tutti gli assessori regionali: "La metà degli ospedali italiani vanno chiusi perché sono fatiscenti e non più idonei a rispondere alla domande di assistenza dei cittadini. Le liste d'attesa sono troppo lunghe e così il 38 per cento dei pazienti è costretto a rivolgersi al privato".
"Sono provocazioni che rischiano di mortificare le numerose azioni fatte per razionalizzare e migliorare i vari presidi", ha replicato il presidente della Regione, Enzo Ghigo.
Ma di fronte alle accuse lanciate dal ministro della Sanità, è diventata immediatamente di grande attualità l'indagine condotta dal Tribunale dei diritti del malato, che ha passato al setaccio 40 ospedali itatiani per monitorarne efficienza e sicurezza. I risultati, con tanto di classifica dei migliori e dei peggiori, promuovono a pieni voti l'ospedale San Giovanni Bosco di Torino, che si piazza al quarto posto dopo Biella, Cattolica e Lugo, in provincia di Ravenna. Ma va detto che altri importanti torinesi - le Molinette, Il Martini e il Mauriziano - non hanno fatto parte della ricerca, mentre il Cto e il Maria Vittoria si sono piazzati rispettivamente molto bene e discretamente. Insomma la sanità torinese, non sembra affetto da rottamare.

Secondo D 'Ambrosio non ci sono centri da rottamare ma al massimo qualcuno da riconvertire

"Dobbiamo migliorare ancora molto - spiega l'assessore regionale alla sanità, Antonio D'Ambrosio - ma siamo sulla strada giusta. Nel giro di un anno, finiti i lavori di ristrutturazione il Maria Vittoria sarà un ospedale di tutto rilievo. Anche il Martini sta usufruendo dei fondi per mettere a norma tutti i reparti e le strutture. Alle Molinette, il nostro ospedale di alta specialità, negli ultimi anni si è speso tanto, ma diversamente sarebbe un ospedale decrepito e in fin di vita: invece le Molinette, che sono il terzo presidio ospedaliero italiano per numero di ricoveri, dipendenti e posti letto, stanno rinascendo. Il Cto si sta specializzando in "Trauma center"ed è un vero e proprio fiore all'occhiello della sanità non solo regionale. Come del resto al San Giovanni Bosco, l'altro ospedale cittadina cittadino nell'emergenza".
La sanità piemontese può contare su un budget totale di 9200 miliardi all'anno: il 53 per cento speso per gli ospedali, il 42 per cento sul territorio, il 5 per cento per la prevenzione. L'obiettivo fissato dalle direttive nazionali è di arrivare a spendere per il territorio il 48 per cento dello risorse, il che vuol dire tagliare sulle spese ospedaliere. "Il punto è razionalizzare per fornire migliori servizi e maggiore sicurezza - spiega D'Ambrosio - i cittadini devono stare tranquilli. Tutti i cambiamenti in programma andranno a loro vantaggio. Stiamo studiando una nuova organizzazione del sistema delle varie Asl dislocate nella nostra regione".
(n. z.)

Parla il manager che ha trasformato l'ospedale di pazza Donatori del sangue

"Il nostro modello vincente? I medici americani di E.R."

L'uomo che dirige l'ospedale migliore in Torino, nonché il quarto in Italia, si chiama Giovanni Rissone, ha 52 anni, è uno psichiatra basagliano, vive a Torre Pellice con la famiglia, rifugge la mondanità, disdegna i salotti torinesi, ama viaggiare e giocare con il suo cane, ma soprattutto ci tiene a precisare che non ha in tasca nessuna tessera, esclusa quella del supermercato di fiducia. "Il motivo semplice - spiega - se fossi iscritto ad un partito dovrei accettare indicazioni e pressioni su tutte le decisioni che devo prendere, ad esempio su una scelta importante come quella della nomina dei primari".
Giovanni Rissone è il direttore Generale dell'ospedale San Giovanni Bosco di piazza Donatori del sangue dal febbraio del 1996, in questi quattro anni ha condotto con successo una piccola rivoluzione copernicana della sanità: non è il medico al centro dell'ospedale, è il paziente.
Dottor Rissone, come si fa a trasformare un ospedale anonimo in uno dei migliori d'Italia?
"Per prima cosa bisogna mettere a posto le strutture. AI San Giovanni Bosco, per esempio, non c'è la legionella come in altri ospedali della città. Poi ci vogliono gli uomini giusti. Personale molto motivato e di altissima professionalità e soprattutto capace di lavorare in gruppo. Noi con solo quattro neurochirurghi abbiamo fatto 210 interventi".
Il San Giovanni Bosco è l'ospedale specializzato nell'emergenza. Qual è il suo modello?
"La risposta è fin troppo facile. È il medico americano, quello alla E.R. per intenderci. Medici capaci di fare qualsiasi tipo di intervento. Questo è un aspetto importantissimo. Perché il paziente in fin dl vita non ha tempo di aspettare lo specialista di turno. Noi - e mi tocca ripetere, a differenza di altri ospedali della città dove la gente muore in attesa di un posto in sala operatoria o di un medico - noi se è il caso incominciamo ad operare in corridoio. Diamo precedenza assoluta ai casi urgenti, sembra un'ovvietà, ma non la è. La nostra missione è non respingere mai nessun paziente. Sottolineo il mai".
Che altro serve per fare un ospedale all'avanguardia?
"L'umanità dei medici e di tutto il personale. Un requisito indispensabile, senza non si va da nessuna parte. Spesso si chiede ai ricoverati di avere troppa pazienza, sono sempre loro a doversi spostare e adattare alle varie situazioni. È sbagliato. Sono i medici a doversi muovere. Certi reparti sono inutili, bisogna finirla con gli orticelli. È necessario ridurre gli sprechi e cambiare mentalità".
Cosa la rende particolarmente orgoglioso?
"Racconto una cosa. Questa estate ero a Creta per riposarmi. Mi è capitato di sentire degli italiani che dicevano: "La nostra sanità è un vero schifo, o paghi o ti devi portare da casa anche il letto". Ecco, lo sono orgoglioso di aver riconquistato la fiducia della gente, lo dimostra il fatto che le nostre corsie sono stracolme, e il pronto soccorso lavora a ritmi vertiginosi. Abbiamo rotto il binomio classico e tristissimo: medici indifferenti, pazienti rassegnati".
Il suo prossimo obiettivo?
"Aspettiamo i finanziamenti necessari per completare la messa a norma delle strutture dal punta di vista della legge 626. Poi, vorrei riuscire a trattenere in Piemonte l'équipe di cardiochirurghi di Villa Maria Pia. Le loro operazioni hanno un tasso di successo enorme, sarebbe veramente una perdita per tutti lasciarli partite. Io spero di trovare per farli trovare il modo per farli lavorare anche per il San Giovanni Bosco".
Secondo lei, qual è il nemico più pericoloso della buona sanità?
"La cultura dell'immobilismo. Si ritorna sempre allo stesso punto. Per fare le cose ci vogliono uomini liberi dai condizionamenti di potere. Non ci si può perdere nei soliti giochini italiani. Il fatto è che il nostro lavoro decide della vita e della morte delle persone. Parlare non serve proprio a nulla".
Una banalità che condivide?
"Meglio pochi, ma buoni".



Due Nobel al congresso di psichiatria



Vincere i pregiudizi per restituire il diritto di cittadinanza al malato mentale. È la sfida lanciata dal progetto "Dal pregiudizio alla cittadinanza", un ciclo di iniziative culturali parallele al Congresso nazionale di psichiatria, che si terrà da lunedì al 21 ottobre. Ai lavori parteciperà anche il fresco premio Nobel per la medicina Eric Kandell, 70 anni, viennese naturalizzato americano. Il 20 Kandell riceverà anche dall'Università una laurea honoris causa.
Il clou della manifestazione sarà martedì 17 ottobre, in occasione dell'inaugurazione ufficiale del congresso, con la prima teatrale dell'altro premio Nobel "Lu Santo Jullare Francesco" con Franca Rame. I biglietti per lo spettacolo di Fo sono andati subito esauriti. Al Piccolo Regio è in programma, invece, una serie di appuntamenti musicali, che saranno aperti dall'incontro "La musica afro-americana: l'arte contro il pregiudizio e l'isolamento" con il concertista Cedar Walton. Al teatro Juvarra sarà in scena, invece, una rassegna teatrale, inaugurata dal "Giordano Bruno" di Gabriele La Porta.
Infine, al Sermig, cinque laboratori teatrali dei centri di Salute mentali italiani mostreranno capacità sceniche ed emotive degli utenti e degli operatori.

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