Rassegna stampa su Giovanni Rissone

da L'Unità del 19-11-1981

Interrogato dai carabinieri e crollato e ha confessato

È un altro degente l'omicida di Collegno

Ha infierito sul giovane ricoverato perché tentava di sottrarsi alla sua violenza - Una tragedia maturata nel clima della segregazione manicomiale - Le osservazioni degli operatori

Clicca per scaricare l'articolo originale (formato pdf) TORINO - Sono bastate ventiquattro ore ai carabinieri di Rivoli e di Collegno per scoprire l'assassino di Fiorenzo Tavirnise, il malato di mente di 27 anni seviziato e ucciso a bastonate martedì notte nel parco dell'ex manicomio di Collegno. Si tratta - come fin dall'inizio si era sospettato di un altro ricoverato di Collegno, Adriano Rossetto di 34 anni. Un caratteropatico, segnato al pari dell'ucciso da un lunghissimo peregrinare da un ospedale all'altro. "E soprattutto dicono gli operatori sanitari di Collegno - una vittima della vecchia logica manicomiale e della mancanza di fondi e strutture che impedisce una piena applicazione della riforma psichiatrica".
La cronaca della scoperta di Rossetto è di una semplicità quasi disarmante. I carabinieri hanno accertato che la sera del delitto l'uomo era rientrato tardi nel reparto, da cui si poteva allontanare a piacimento perché ospite volontario. Lo hanno rintracciato in un ristorante dei dintorni dove era solito cenare e lo hanno condotto in caserma, chiedendogli di raccontare che cosa aveva fatto la notte del delitto. In un primo momento Rossetto ha sostenuto di avere trascorso la notte con un'amica, anch'essa ricoverata a Collegno. Poi, quando sulla sua maglietta sono state scoperte tracce di sangue mal lavate, crollato e ha confessato.
Il delitto, sulla base della sua testimonianza, è stato ricostruito così. Rossetto ha incontrato Tavirnise al momento del rientro in reparto, sulla porta d'ingresso. Come forse aveva già fatto in precedenza lo ha condotto fuori per usargli violenza, ma il giovane ha tentato di ribellarsi. È stato a questo punto che l'uomo ha infierito su di lui con un bastone fino a causarne la morte.
"Eppure non abbiamo a che fare con un pazzo furioso - dicono gli operatori sanitari di Collegno - ma con un uomo che in più di una occasione aveva lasciato intendere che esisteva la possibilità di un suo reinserimento nella normalità quotidiana. È molto probabile che l'elemento scatenante della sua furia sia stata la permanenza nel reparto 1, con degenti in condizioni molto peggiori delle sue. Per uno come lui, tutto questo deve avere costituito un trauma non riassorbibile".
Ma perché Rossetto era ospite di quel reparto?
"In quel reparto c'era dal giugno di quest'anno, perché non era stato possibile trovargli una sistemazione sul territorio dopo che gli era stata concessa la libertà vigilata dal manicomio giudiziario...".
Perché si trovava là?
"Nei 1969 tentò di usare violenza ad una ragazza del paese natale, Bibiana, con quel reato ebbe inizio la lunga trafila negli istituti della segregazione. Da allora, infatti, ha passato 58 mesi in ospedale psichiatrico, 70 mesi in manicomio giudiziario, 15 mesi in una comunità, 1 mese in una casa di cure e soltanto 6 mesi in famiglia. Per un uomo che va soggetto a crisi periodiche, ma nel resto del tempo si avvicina alla normalità, si tratta di una esperienza distruttiva".
Il gesto che ha compiuto, però, sembra giustificare la sua precedente segregazione...
"Gesti simili sono tipici dei luoghi di segregazione. Qualche mese fa se ne è avuto uno con caratteristiche analoghe, ma per fortuna meno gravi, nelle carceri di Torino".
"E poi - aggiunge un altro operatore - nessuno sostiene che Rossetto doveva essere lasciato in balia di se stesso, senza controlli. Noi abbiamo cercato di seguirlo il meglio possibile nella situazione data, che è una situazione per molti versi carente: personale, strutture territoriali e fondi sono quelli che sono".
G. B. Gardoncini

Ritorna la domanda: stata davvero la follia a uccidere?

L'orribile fine di un giovane handicappato, ricoverato da molti anni nel manicomio di Collegno, ad opera di un ex internato in manicomio giudiziario - al di là della pietà e dell'angoscia - ripropone temi complessi la cui trama appunto la pietà e l'angoscia rischiano di far analizzare senza la necessaria misura razionale.
Ancora una volta, è la follia che ha ucciso? O non è la storia manicomiale, il percorso che ha portato due persone dentro un labirinto fatto di trabocchetti e di nuda oppressione? Se fosse la follia ad uccidere, se le regole di entrata nel labirinto fossero proprio a senso unico, tutto il patrimonio di conoscenze accumulato in questi anni sulla coppia segregazione-emarginazione, sulla natura della malattia mentale a sulle risposte repressive organizzate nel manicomio, e la stessa legge 180 starebbero dentro una logica assurda. Sappiamo che da talune parti si sostiene ciò, e che episodi terribili come questo - nati dalla cultura della violenza propria del manicomio - possono essere utilizzati, in modo apparentemente lineare, per confermare una pratica di esclusione e di rifiuto. Se un negro ha stuprato, tutti i negri possono stuprare; se un malato di mente (o un ex malato) ha ucciso, tutti i malati di mente (e gli ex) possono uccidere. Su questo piano la strada è a senso unico. Anche perché così si evita di portare il discorso non solo sulla cultura violenta della psichiatria e del manicomio, ma proprio sulla più generale cultura della violenza.
Si debbono valutare talune impressionanti analogie che questo episodio ha con violenze e torture inflitte a "barboni", ad emarginati, a donne, ad opera di persone che appartengono alla schiera dei "sani di mente". Così come vanno valutati i richiami ai rituali della violenza sessuale nelle istituzioni totali, chiuse nel cerchio della omosessualità imposta.
Il lavoro degli operatori, degli amministratori, l'impegno collettivo dei volontari e dei cittadini che vogliono far prevalere le ragioni della solidarietà e della intelligenza, non possono essere ricacciati indietro: assieme alla infinita pietà per le vittime (il carnefice è anche una vittima, in questo come in altri, tanti altri casi) vogliono invece esprimere una decisa speranza per il futuro. Continuare a lavorare per il superamento dei manicomi vuol dire infatti, contestualmente, liberare le energie necessarie per individuare i bisogni della gente e cercare di rispondervi.
Agostino Pirella
Sovrintendente degli ospedali psichiatrici di Torino, responsabile Ufficio salute mentale Regione Piemonte


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